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Quotidiani
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Il weekend di guerriglia dei giovanissimi a Milano spiazza il governo dei decreti Sicurezza, Meloni convoca una riunione d’urgenza sull’ordine pubblico
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Giovani, anzi giovanissimi. Minorenni ma in molti casi anche ragazzini sotto i 14 anni. L’ordine pubblico a Milano torna sotto[…]
Source: Il Fatto Quotidiano
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Guerriglia a Milano, in azione piccoli gruppi di giovani incappucciati: la strategia “a macchia di leopardo” per eludere la polizia
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Source: Il Fatto Quotidiano
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Jenna Ortega, tra social e IA stiamo perdendo sempre più le relazioni umane
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E' alla Festa del cinema di Roma con Klara e il sole di Waititi da un libro di Ishiguro
Source: Primo piano ANSA - ANSA.it
Giornali Sportivi
Intervista con il chitarrista Mariano Colombatti
- Dettagli
- Published on Giovedì, 24 Ottobre 2019 12:10
- Scritto da Andrea Turetta
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Un progetto trasversale dove il jazz contemporaneo, la fusion e la black music si fondono in un unico linguaggio. Si presenta così Fly Down disco d’esordio del chitarrista Mariano Colombatti, pubblicato il 25 giugno 2019 dall’etichetta Emme Record Label. Completano la formazione attuale Marco Zago al pianoforte, tastiere, synth, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico ed Alessandro Arcolin alla batteria: hanno partecipato alla realizzazione del disco anche Federico Cassandro alla batteria e la vocalist Valentina Frezza, presente solo nel brano Another Mistake. Ecco l’intervista gentilmente rilasciata dal chirarrista…
E’ uscito il disco d’esordio, “Fly Down”. C’è qualcosa in particolare che lega le canzoni dell’album tra loro?
La maggior parte dei brani sono stati scritti e arrangiati durante gli anni di studio al conservatorio di Rovigo, contengono perciò idee nate dalle esperienze vissute con colleghi e docenti. Per me quel periodo è stata un’esperienza molto positiva che mi ha fatto scoprire e riflettere su molte cose, non solo riguardanti la musica.
Quali pensi possano essere i punti di forza di questo tuo album?
Penso siano le melodie che fanno da tema ai pezzi, e anche alcuni giri armonici. L’aspetto compositivo è quello su cui al tempo mi sentivo più sicuro.

Nel corso degli anni, hai incontrato difficoltà nel trovare chi credesse nella tua musica?
Ho sicuramente incontrato persone molto critiche, più che sulla musica che scrivo su come suono o su come improvviso. Ho avuto la fortuna di ricevere queste critiche, anche molto pesanti, in maniera positiva che mi ha permesso di lavorare su quelli che sono i miei punti deboli. Colleghi e insegnanti capaci di farti capire chiaramente cosa non va sono fondamentali per migliorare, perché c’è sempre qualcosa da studiare o su cui esercitarsi. È questo il bello.
Come credi si stia rinnovando la figura del chitarrista?
È un discorso complicato. Molto di ciò che frena e ha frenato i chitarristi e la chitarra in generale è stata secondo me proprio l’estetica del guitar hero, che purtroppo continua a essere molto pervasiva. Il chitarrista vive un po’ nel suo mondo dove la chitarra occupa la gran parte dei suoi interessi musicali e non ascolta o si informa su quello che succede nel mondo della musica, a meno che non coinvolga la chitarra, peggio ancora la chitarra usata nel modo che piace a lui. Questo modo di vedere le cose ha portato a un mondo molto autoreferenziale e refrattario sia alle novità, sia agli sviluppi stilistici partiti da altri strumenti. Penso al fatto che pochi chitarristi sappiano anche solo citare i pianisti o i sassofonisti più importanti, e ascoltino pochissimi dischi dove tra gli strumenti non c’è la chitarra. Ultimamente invece sta crescendo una generazione più aperta, capace di relazionarsi anche musicalmente senza ricorrere ai soliti cliché, e questo fortunatamente succede in tutti i generi. Nel caso di tutto ciò che è legato al jazz e alla black music, che frequento di più, mi sembra che i chitarristi stiano diventando un po’ più simili ai tastieristi, capaci di gestire i suoni, e lavorare più al servizio degli altri. Un rinnovamento passa necessariamente da tre aspetti: ampliamento delle conoscenze musicali generali, riflessione tecnica sul proprio strumento, ricerca stilistica. Ma vale per tutti, non solo la chitarra. In definitiva non credo che la figura del chitarrista si stia rinnovando o anche solo abbia bisogno di un rinnovamento, se non agli occhi di chi è stato abituato a vedere la chitarra su un piedistallo e a pensare alla musica da quella prospettiva. La chitarra è uno strumento come un altro, una volta compreso questo, ci si può concentrare solo sulla musica.
Poesia e musica. Quali i punti in comune?
La presenza di una lunghissima storia precedente e di gradi autori da cui apprendere. La possibilità di usare il linguaggio, la parola in un caso, la musica nell’altro, per comunicare sentimenti, emozioni o anche riflessioni. Medium diversi, stesso bisogno di espressione.
Quali credi siano le doti che deve avere un artista per riuscire ad emergere dal gran numero di giovani che affrontano il mondo delle sette note?
Capacità di relazionarsi dal punto di vista umano e sapersi promuovere in maniera efficace in base al momento storico e al contesto. È scontato che se si vuole emergere si deve essere bravi e produrre musica fatta bene. C’è gente bravissima in giro, ma davvero tanta, che fa cose interessantissime, quello che fa emergere o meno qualcuno sono quindi più gli aspetti extra musicali.

Si dice sempre che nella musica “tutto è già stato detto e fatto”. E’ davvero così?
No. Sicuramente abbiamo raggiunto un momento di saturazione: è stata prodotta più musica nel ‘900 che in tutti i secoli precedenti messi insieme, e si potrebbe staccare la spina alla musica oggi e tutti avremmo ogni giorno musica mai sentita da ascoltare fino alla fine delle nostre vite. Allo stesso tempo c’è sempre chi esplora strade nuove o cerca comunque di creare una sintesi di quello che è successo in passato. Quelli veramente bravi sono in grado di interpretare lo spirito dei propri tempi e fare cose che possono somigliare al passato, ma risultano comunque differenti, per il modo di usare l’armonia, il costruire le melodie, il groove, o anche qualcosa di indefinibile. Se penso ai musicisti di oggi che mi piacciono di più, come Robert Glasper, Cory Henry, Jacob Collier, gli Snarky Puppy e moltissimi altri, quello che fanno ha indubbiamente richiami al passato, ma bastano pochi secondi di ascolto per dire “questo è un disco fatto dopo il 2010”. Si può essere originali anche se perfettamente inseriti in una tradizione.
Per quanto riguarda i Festival. Credi siano utili per un artista e per la sua musica?
Dipende dal Festival. Ce ne sono un sacco, anche locali, con un ottima programmazione. Vivendo a Padova penso al Padova Jazz Festival, o alla programmazione del Conservatorio Venezze di Rovigo. Quindi si, pensano possano essere uno strumento importante sia per un musicista che per il pubblico. Poi se vogliamo aprire il capitolo “cosa non va nella programmazione italiana” c’è bisogno di almeno un paio di libri per scrivere tutto…
Ci sono dei momenti particolari nel corso della giornata, nei quali nascono le tue canzoni?
La maggior parte delle cose che scrivo nascono dallo studio che faccio. Vengo stimolato dalle novità, quindi quando studio qualcosa di nuovo, o ritorno su dei concetti vecchi che hanno bisogno di una rinfrescata, di solito cerco di scriverci qualcosa. Può succedere che parta tutto da un esercizio, vissuto come un gioco di esplorazione, in questo modo lo studio risulta molto più creativo e divertente, e quindi meno pesante.
Per un autore, quanto è importante saper cogliere e sintetizzare quanto gli sta attorno?
Dipende molto da quelli che sono i suoi obbiettivi. Ma in generale penso sia essenziale, non riesco a pensare a un solo grande artista, non mi riferisco solo alla musica, che avrebbe potuto fare quello che a fatto se non negli anni in cui ha vissuto.
Ti piacerebbe scrivere una colonna sonora?
Si, ma attualmente non mi ritengo all’altezza di un compito simile.
La musica, specie negli ultimi anni, è anche immagine… c’è il rischio che questa finisca con l’oscurare le varie composizioni?
È un rischio concreto, ma che ciò che c’è di estraneo alla musica sovrasti la musica stessa è un rischio che è sempre esistito, in modi diversi. Certo più si va verso il popular più il rischio sale.
Sei soddisfatto di come suona questo tuo album?
Sono molto soddisfatto del lavoro fatto dai miei colleghi, dei suoni scelti, del lavoro di mixaggio e mastering, molto preciso e ben curato. Questo, insieme all’interplay che si è creato in studio, alcune delle improvvisazioni sia mie che degli altri musicisti sono gli aspetti più positivi, oltre ovviamente a lavorare sulla musica scritta e arrangiata da me. Vedo questo album come un punto di partenza: ci sono cose che rifarei allo stesso modo, altre che rifarei completamente diverse. Col senno di poi è facile da dire, ma cercherò di fare tesoro dell’esperienza per i prossimi dischi. È stato il mio primo album di inediti, e questo mi ha fatto arrivare in studio con un ansia e preoccupazione eccessiva per i vari aspetti che riguardano la registrazione di un disco. Non sono riuscito davvero a godermela. Questo è quello che ho imparato, per fare musica devi divertirti il più possibile nel farla.
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